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La
pagina di Alessandro Mori, romano e ocaiolo.

Del
corteo festeggiante la vittoria
(08-2006)
Anche il 2006 ha consegnato i suoi Palii alla storia e alle Contrade
della Pantera e della Selva. Mentre il sole è già tramontato, dopo
il tradizionale canto del Te Deum di ringraziamento, la campanina
della Contrada annuncia con i suoi rintocchi la vittoria, la gioia e
l’orgoglio dei propri contradaioli. La città rapidamente cambia
aspetto: i braccialetti, che nelle serate appena passate hanno
illuminato le strade contradaiole vengono spenti e smontati, le
bandiere che hanno segnato i territori delle Contrade vengono
frettolosamente ritirate, solo la Contrada vittoriosa rimane
illuminata e con le bandiere orgogliosamente esposte.
Il Campo che fino a qualche minuto prima era gremito da contradaioli
e forestieri cambia aspetto: i bottegai di piazza rapidamente
rioccupano il suolo pubblico, per il quale pagano la tassa di
occupazione, la gioventù comincia a ritrovarsi nei tradizionali
luoghi d’incontro e il brusio diventa padrone del Campo.
Da un’altra parte della città, ecco, si avvicina un rullo di
tamburi, in fondo alla strada si vedono le prime bandiere della
Contrada vittoriosa, orgogliosamente i Contradaioli cantano la
propria gioia: portano in trionfo il Palio appena vinto, mostrano
alla città che i loro sacrifici sono stati premiati, festeggiano la
sorte che li ha favoriti. Nei loro visi si legge la felicità,
l’orgoglio ed anche la quantità generosa di vino che già è scorsa
abbondante e il desiderio di alzare al cielo altri numerosi gotti in
questa notte magica, per brindare alla vittoria. Il Palio deve
essere portato in trionfo nel Campo dove è stato duramente
conquistato. Le prime bandiere si affacciano a Chiasso Largo, le
facciate dei palazzi storici fanno eco al rullo dei tamburi: per
secoli queste pietre hanno assistito a questa scena. Il Palio
lentamente passa tra due ali di folla, ora però si deve fermare: ci
sono i furgoni degli addetti allo smontaggio dei palchi, con un
percorso a serpentina il corteo festoso riesce a passare. Fatti
ancora pochi metri ed ecco il corteo di nuovo fermo: i tavoli dei
bottegai ed i forestieri impediscono il passo, il corteo rullante
prende una forma filiforme e riesce a passare tra gli ostacoli, da
qualche tavolo un turista fa lampeggiare distrattamente il flash
della macchina fotografica per poi riprendere a parlare con i suoi
amici. Qualcuno dei bivaccanti davanti ad un locale di mescita, con
un bicchiere di birra in mano, chiede distrattamente, rivolgendosi a
tutti e a nessuno che cosa sia quel rumore ed una voce senza colore,
anonima, risponde: “E’ il Palio che passa”. Lentamente il Palio, i
tamburi, le bandiere ed un popolo vittorioso tagliano, come possono,
la folla ed escono di Piazza.
Questa scena si ripeterà ancora nella lunga notte della vittoria.
Ora nel Campo si incontrano culture, tradizioni e costumi diversi. I
Contradaioli che portano nel Campo la loro storia secolare, il loro
onore, la loro felicità, cose alle quali nessuno delle migliaia dei
presenti può partecipare perché il loro cuore non sa capire quella
gioia e i loro occhi non sanno leggere ciò che è scritto in quegli
occhi luccicanti di lacrime di gioia. I turisti, che domani
lasceranno questa città, felici di aver visto una manifestazione
unica al mondo, e pensano già a quando racconteranno questo
spettacolo ai loro amici, stupendoli descrivendo loro lo sfarzo dei
“costumi”, i giochi degli “sbandieratori”, gli squilli dei “trombetti”,
lo scalpitare dei “cavalli da corsa” e parleranno della rivalità
contradaiola paragonandola al tifo per le squadre di calcio. E poi
ci sono tutti quei bivaccanti con la loro birra in mano, con la loro
aria distratta, persone forestiere che vivono in città, parlano
delle loro cose, dimostrando così che non hanno alcun interesse e
non rispettano le tradizioni storiche della città che li ospita,
dimostrando il loro disinteresse per ciò che sta accadendo ed è
accaduto. Capire ciò che sta accadendo ed è accaduto è privilegio
esclusivo di chi è nato ed ha calpestato le lastre della propria
Contrada, gli altri ci si possono avvicinare, possono tentare di
capire ma ci sarà sempre una linea di separazione ed è giusto che
sia così.
Queste mia cronaca e alcune mie riflessioni, a pensarci bene, sono
figlie della “globalizzazione”, sono figlie del cosiddetto
“villaggio globale”, non voglio sembrare un conservatore, ma mi
sento uno strenuo difensore delle tradizioni che appartengono alla
cultura di ognuno di noi e che ognuno di noi ha il dovere di
difendere e far conoscere agli altri nel giusto modo per farle
apprezzare e rispettare.
Come
sono diventato un ocaiolo extramoenia
(2004)
La domanda più frequente che mi sono sentito rivolgere dai senesi è
la seguente: ”Come mai sei così affezionato a questa città e come
sei finito nell’Oca?”. La risposta a questa domanda è una lunga
storia e comincia circa cinquanta anni fa. Ho dei ricordi vivi della
mia prima visita a Siena. Avevo circa nove anni e i miei genitori mi
portarono con loro a visitarla, la mia mamma mi preparò a questa
visita raccontandomi un po’ di storia e quelle che erano le
tradizioni centenarie senesi. Mi raccontò della repubblica senese e
della sua fine, mi raccontò delle soldataglie spagnole al servizio
dei Medici, della divisione della città in contrade e della loro
organizzazione, del Palio, del suo significato e della sua antica
tradizione.
Arrivare a Siena, vedere questa città medievale, praticamente
isolata dal resto del mondo e ai più sconosciuta, mi colpì
profondamente e Siena mi entrò nel cuore. Correva l’anno 1956.
Ricordo le visite ai monumenti ed alcuni ancora oggi li vado e
rivedere per ritrovare l’emozione di quei giorni; ho un ricordo
confuso di capannelli di persone che cantavano agli angoli delle
strade.
Il mio interesse per le forti tradizioni senesi nacquero una mattina
di quei giorni, credo che fosse di maggio: la mamma mi teneva per
mano, stavamo in piazza Matteotti e vedemmo passare la comparsa
della Contrada del Drago: vidi le bandiere, i contradaioli monturati,
sentii il suono dei tamburi che ancora oggi mi fa battere forte il
cuore e ricordo con estrema chiarezza il pensiero che in quel
momento mi attraversò la mente: “Mi piacerebbe essere un
contradaiolo!” e la mamma mi regalò una bandiera, per turisti, del
Drago: la mia prima bandiera!
Dopo quella mia prima visita, cominciai ad ascoltare alla radio le
radiocronache del Palio del grande Silvio Gigli, ricordo che il
racconto era così vivo ed appassionato che sembrava di vedere la
carriera alla radio. In quei giorni lontani l’Oca o la Torre, il
Nicchio o il Montone, la Lupa o l’Istrice, erano nomi di contrade
che si confrontavano nel Campo per vincere il Cencio.
Passati molti anni da quei giorni, cominciai a leggere tutto ciò che
mi capitava sulle tradizioni senesi, e più leggevo più mi rendevo
conto che il Palio e tutto ciò che in esso è contenuto come storia e
tradizioni era un patrimonio di Siena e dei Senesi; questo mi
convinse a non tornare a Siena per vedere correre il Palio, evento
esclusivo di Siena e dei Senesi.
Il mio attaccamento a questa città diventava comunque sempre più
forte: un viaggio a Siena l’ho sempre consigliato a tutte le persone
con le quali parlavo di città da visitare; anche quando mi sono
sposato, il mio viaggio di nozze toccò questa città e ci capitai nei
giorni a ridosso del Palio: il tufo era già stato messo in piazza e
vi si vedevano i segni degli zoccoli dei cavalli, ma nonostante
tutto ebbi la forza di andarmene per tempo, per non disturbare con
la mia presenza turistica, i giorni della festa della città. Correva
l’anno 1976.
In quei giorni sentii che c’era qualche misterioso legame tra me e
la contrada dell’Oca.
Negli anni successivi, fino al 1985, sono capitato a Siena poche
volte, ma continuavo a seguire con partecipazione del tipo “tifo per
una squadra di calcio” gli eventi palieschi dell’Oca: gioendo in
caso di vittoria, rattristandomi in caso di caduta del cavallo.
Ricordo i nomi dei fantini che hanno fatto la storia paliesca
dell’Oca in quegli anni.
Dal 1985 la sorte mi portò a Siena almeno tre o quattro volte l’anno
e per più giorni.
Ricordo che come arrivavo in città, dopo aver lasciato l’auto da
qualche parte, la mia prima tappa era il territorio della contrada
dell’Oca: avevo la necessità di calpestare le lastre di via della
Galluzza, di via Santa Caterina, di bere alla fontanina
dell’Incrociata, dovevo vedere Fontebranda. Ricordo che una volta
stetti un’ora e più ad osservarla, incantato ed emozionato come se
quella costruzione appartenesse alla mia storia. Sembrava quasi che
il mio comportamento dovesse rispondere ad un rituale scritto non so
da chi né quando, anche perché a Siena non avevo conoscenti: era
soltanto un’esigenza della mia anima e del mio cuore.
Calpestando le lastre delle strade dell’Oca, mi sentivo a casa; era
come se quelle lastre le avessi sempre calpestate fin dalla mia
infanzia, era come se avessi sempre visto quei volti di persone che
stavano per quelle strade, li riconoscessi come appartenenti alla
mia tradizione e sentissi nel cuore un affetto inspiegabile verso
quella contrada: questi erano i sentimenti di quei giorni.
E finalmente arriviamo agli eventi che mi hanno consacrato Ocaiolo.
Stavo in vacanza con mia figlia in provincia di Siena: era la fine
di giugno del 1999. La sera del primo luglio decidemmo di andare a
Siena per vedere il Palio. La mattina del due luglio arrivammo a
Siena e come al solito feci il mio giro abituale. Scendendo da
Vicolo del Tiratoio trovai la stalla aperta e mi fermai a scambiare
alcune parole con i barbareschi, poi andai in piazza per occupare i
posti al cancellato che mi avrebbero consentito di vedere vincere
l’Oca. Quella sera mi successero alcune cose stranissime: quando il
cavallo dell’Oca, Giove, arrivò all’ultimo bandierino e l’esplosione
del mortaretto riempì il Campo, scoppiai a piangere e dopo che gli
ocaioli ebbero preso il Cencio, mi diressi verso di loro e lo
toccai. Fu in quel momento che sentii come un fluido, come una
scossa elettrica che dal Cencio si trasmetteva al braccio e giungeva
diretto al mio cuore, ed ancora oggi quando nel museo guardo quel
drappo di seta, sento qualcosa che mi fa tremare l’anima. Al ritorno
ripassai alla stalla per presentare i miei ringraziamenti alla
contrada per mezzo dei barbareschi per le forti emozioni della
giornata.
Uno dei barbareschi, sentendo la mia voce, si girò dicendo: “ Il
signore di Roma che oggi ci ha portato fortuna”. Oggi quei due
barbareschi allora sconosciuti sono diventati per me come due
fratelli. Sono Lorenzo e Pino. I cognomi non servono.
Grazie a loro ebbi le indicazioni per richiedere ed ottenere la
tessera della contrada e l’anno successivo fui accolto tra il popolo
di Fontebranda ricevendo il battesimo ed il fazzoletto con i colori
dell’Oca.
Io, romano di antica stirpe, ero stato accettato a far parte del
glorioso popolo di Fontebranda: il mio sogno si stava realizzando
dopo quarantaquattro anni.
Da quel giorno la mia presenza in contrada per le occasioni più
importanti è costante, sento di far parte del popolo ocaiolo ho
avuto molte testimonianze d’affetto e di amicizia da parte di molti
ocaioli, so di avere a Siena un’estensione della mia famiglia, ma so
anche che ci sono molte persone che mi guardano con indifferenza e
forse con diffidenza perché non sono senese e mi sono intrufolato
nel loro mondo, riservato a chi ha avuto i natali a Siena, sia nato
sulle lastre che sulle zolle. Di ciò ne ho avuto testimonianza
facendomi sentire un estraneo, con mio dolore, in un particolare
momento di gioia per il popolo di Fontebranda, in quella che
considero la mia contrada e il mio popolo.
Le gioie, le soddisfazioni, le emozioni che provo quando sto in
contrada con il popolo ocaiolo possono essere argomento di altri
racconti, sono cose che non provo nella città che mi ha dato i
natali e alla quale sono profondamente attaccato.
E’ questa la storia, in breve, di come sono diventato un ocaiolo,
soprattutto ocaiolo extramoenia.
OCAIOLOEXTRAMOENIA.COM
Il
sito sul PAPERONE e sul Palio di Siena
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